Mastergame Play : intervista a Gian Luca Rocco / Entretien avec Gian Luca Rocco

Intervista a Gian Luca Rocco

La version française de cet entretien se trouve en bas de page.

 

Gian Luca Rocco, giornalista di Tgcom24, ha plasmato la sua passione per il mondo videoludico in una sezione editoriale interamente dedicata ad esso. L’amore per quest’arte intrattenitiva nasce in un pacchetto regalo contenente un Colecovision, segnando un percorso rivelatosi significativo: una passione, una compagna, nonché consecutivamente un’opportunità a livello professionale.

Egli è l’ideatore di Mastergame, sezione totalmente dedicata ai videogiochi e gestita da redattori con un’esperienza ultraventennale, con l’intento di mostrare in modo cristallino i vari aspetti del gaming. Dopo due anni e mezzo il progetto si plasma in modo ancor più concreto, raggiungendo il pubblico italiano attraverso gli schermi televisivi: nasce Mastergame Play, programma di Tgcom24 che mostra un mondo amato da ben 17 milioni di italiani. Un nuovo progetto che vuole analizzare l’universo dei videogiochi in ogni sua sfaccettatura, mostrandosi con semplicità anche nei confronti dei neofiti.

Mastergame Play va in onda ogni sabato alle ore 16:45 su Tgcom24, canale 51 del digitale terrestre.

Nel caso doveste perdere la diretta, rivolgendoci anche ai lettori francesi, vi riportiamo i link da cui poter recuperare la replica:

Tgcom24

Mediaset Play

Oggi abbiamo l’onore di intervistare Gian Luca Rocco, il quale ha accettato di rispondere alle domande de L’Ambidextre.

 

Intervista di Stefania Netti

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Partiamo dal principio: com’è nata la passione per i videogiochi?

È una passione nata quando ero molto piccolo, agli inizi degli anni Ottanta. Il padre di un mio caro amico aveva uno dei primi Mac con lo schermo a cristalli verdi e neri. I primi giochi in assoluto sono stati a casa sua: giochi di strategia, principalmente. Poi le sale giochi con Asteroids fino a Dragon’s Lair ma anche i Game & Watch. Adoravo l’idea di poter essere io in prima persona il centro di un piccolo universo. E mi affascinava molto la tecnologia, o meglio, la magia che li faceva funzionare. Non sapevo niente di console e affini, ma nel 1984 per la mia Prima Comunione mi fu regalato il Colecovision. Mi sono innamorato perdutamente dei videogiochi e si può davvero dire che non abbia più smesso. Sono una costante che mi ha accompagnato per tutta la mia vita.

Cosa l’ha spinta a scegliere il giornalismo come percorso professionale?

All’Università ho studiato Giurisprudenza. Quando mi stavo per laureare, ho capito che le professioni forensi proprio non avrebbero fatto per me. Così mi sono chiesto: cosa sai fare? Scrivere mi è sempre piaciuto e, ai tempi, identificavo il lavoro del giornalista con la scrittura. Ero ingenuo e forse anche un po’ superficiale come capita ai laureandi un po’ confusi. Però sono stato fortunato: ho provato ad entrare in una scuola di giornalismo e 20 anni dopo, eccomi ancora qua.

Mastergame e Mastergame Play danno luce alle infinite vie del mondo videoludico: cosa vorrebbe trasmettere ai telespettatori? Quale messaggio cerca di far trasparire attraverso le due rubriche?

Sono entrambe declinazioni della stessa idea per due media diversi: raccontare il mondo dei videogiochi a chi non lo conosce affatto, non lo conosce a fondo oppure è un videogiocatore ma non al punto di seguire assiduamente la stampa specializzata. Il messaggio è quello che cerco di trasferire da quando ho cominciato a scrivere di videogiochi nel 1999: è un mondo con mille sfaccettature, non sono “giochini” per bambini. È un fenomeno di costume e culturale, un mezzo di intrattenimento che, a differenza degli altri, ha una peculiarità: l’interazione. La trasmissione vuole portare al telespettatore proprio questa sensazione: di un medium divertente, giovane, fresco, adatto a tutte le età ma non per questo banale.

Il retrogaming è una sfaccettatura che tutt’oggi conquista il cuore di milioni di giocatori: qual era il suo gioco preferito?

Una domanda da un milione di dollari! È difficile per me parlare di retrogaming, perché io li ho vissuti tutti quei titoli. È una sensazione strana, soprattutto quando ci si confronta con colleghi più giovani: per loro quello che è storia o quasi leggenda che forse hanno studiato o visto con video sul Web, per me è stata una parte importante della mia vita. Quando ero bambino adoravo i giochi di ruolo. Wizard’s Crown, Questron, tutta la serie di Dragonlance e Pool of Radiance, Wasteland, Deathlord, ma soprattutto Ultima. Se devo scegliere un gioco che ha segnato la mia vita, scelgo Ultima IV.

Qual è il gioco, appartenente alla generazione attuale, che più l’ha colpita a livello emotivo?

Parlando a livello emotivo, sono stato molto male in Heavy Rain e l’inizio di The Last of Us: l’essere padre sicuramente ha avuto la sua rilevanza. Come sensazioni forti, ultimamente mi hanno colpito Last Day of June e Resident Evil 7.

Il settore videoludico è stato vittima di pregiudizi, associandolo a un’ipotetica fonte di dipendenze o, addirittura, a problemi comportamentali. Le andrebbe di esporci il suo punto di vista?

Il mio punto di vista è semplice: non esiste un medium buono o cattivo, con buona pace di McLuhan, sono strumenti, veicoli di messaggi. Il problema è l’uso che se ne fa. Ho vissuto in prima persona tutti i pregiudizi sui videogiochi: sono da bambini, da sfigati, portano ad isolarsi, fanno male agli occhi, incitano alla violenza. Le catalogo come accuse rivolte a uno strumento nuovo, come avvenuto con il cinema, con la musica, con i fumetti, persino con la letteratura. Quando non si conosce una cosa, la prima reazione è averne paura. Se ci fate caso, queste accuse sono tutte scivolate via con il tempo. Nel mio piccolo ho scritto e dato battaglia quando Manhunt 2 è stato al centro di una querelle parlamentare per la sua violenza oppure Bully ha dovuto cambiare nome in Canis Canem Edit. Ho difeso un principio sacrosanto: la libertà d’espressione. Devo ammettere che a volte il mondo dei videogiochi ci ha messo del suo, come accadde per Rule of Rose e una cattiva campagna mediatica nata proprio per spingere il gioco. Peccati di gioventù. Il problema della dipendenza, invece, è diverso. Ha ragione l’Oms, esiste un modo “malato” di approcciarsi ai videogiochi, così come a tante altre forme di intrattenimento e non solo. La dipendenza va combattuta e curata esattamente come tutte le altre forme di dipendenza, ma, passatemi il gioco di parole, non dipende certo dai videogiochi, al massimo dalla debolezza di alcuni soggetti e forse anche delle famiglie che non vigilano su di loro. È importante che i genitori capiscano e sappiano a cosa giocano i figli.

Ha mai pensato di contribuire allo sviluppo di un videogioco? Le piacerebbe?

Francamente non c’ho mai pensato: non ne avrei le capacità tecniche, il know how. Preferisco gustarmeli “passivamente”.

Come immagina il suo futuro? Videogiochi e giornalismo ne faranno ancora parte?

Difficilmente non ne faranno parte! Anzi, grazie a Mastergame e Mastergame Play sono riuscito a farli coincidere perfettamente. Spero che il futuro riservi ancora la possibilità di portare avanti questi progetti e magari ampliarli ancora.

Di quali Social Network dispone?

Ho un account Facebook, Instagram, Twitter e Linkedin. Devo dire, però, che solo sul primo sono veramente attivo.

Leggiamo che è padre: quale titolo videoludico consiglierebbe a suo figlia?

Mia figlia ha 10 anni e al momento non è una videogiocatrice incallita. Preferisce Tik Tok! Le piacciono però i giochi mordi e fuggi su smartphone e tablet.

Il mio consiglio è semplice: gioca con quello che ti diverte. E scoprirlo da soli, fa parte del divertimento.

 

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© Stefania Netti – L'Ambidextre – 2020

Stefania Netti è un’appassionata di videogiochi e scrittura. Ella scrive articoli per il sito italianoVideogiochItaliaed è autrice del romanzo Fantasy “Freyja”. Attualmente sta lavorando al suo secondo libro “Soulcity”.

 

 

 

Entretien avec Gian Luca Rocco

 

Gian Luca Rocco, journaliste à la télévision italienne sur Tgcom24, a développé sa passion pour le monde du jeu vidéo dans une émission qui lui est entièrement dédiée. Son amour pour cet art divertissant est né dans un coffret cadeau contenant une Colecovision, jouant un role décisif: une passion d'abord, une compagne ensuite puis enfin une opportunité au niveau professionnel.

Il est le créateur de Mastergame, une rubrique entièrement du site de Tgcom 24 dédiée aux jeux vidéo et dirigée par des éditeurs ayant plus de vingt ans d'expérience, dans le but de montrer les différents aspects du jeu d'une manière limpide. Après deux ans et demi, le projet prend forme de manière encore plus concrète, atteignant le public italien à travers les écrans de télévision : Mastergame Play est né. Un programme Tgcom24 qui montre un monde qui fascine 17 millions d'Italiens. Un nouveau projet qui se propose d'analyser l'univers du jeu vidéo sous toutes ses facettes, en restant accessible aux débutants.

Mastergame Play est diffusé tous les samedis à 16h45 sur Tgcom24.

Les Français italiophones peuvent suivre l'émission de différentes façons sur le web :
 

Tgcom24

Mediaset Play

Nous avons interviewé Gian Luca Rocco, qui a accepté de répondre aux questions de L'Ambidextre.

Propos recueillis par Stefania Netti.

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Commençons par le début: comment est née votre passion pour les jeux vidéo ?

C'est une passion née quand j'étais très jeune, au début des années 80. Le père d'un de mes amis proches avait l'un des premiers Mac, avec un écran en cristal vert et noir. Les premiers jeux ont été dans sa maison : les jeux de stratégie principalement. Puis les arcades avec Asteroids jusqu'à Dragon's Lair mais aussi le Game & Watch. J'ai adoré l'idée d'être moi-même au centre d'un petit univers. Et j'étais très fasciné par la technologie, ou plutôt la magie qui les faisait fonctionner. Je ne savais rien des consoles et autres, mais en 1984 pour ma première communion, j'ai reçu la Colecovision. Je suis tombé follement amoureux des jeux vidéo et on peut vraiment dire que la passion ne s'est jamais arrêtée. C'est une constante qui m'a accompagnée tout au long de ma vie.

Qu'est-ce qui vous a poussé à choisir le journalisme comme parcours professionnel ?

À l'université, j'ai étudié le droit. Quand j'étais sur le point d'obtenir mon diplôme, j'ai réalisé que les professions juridiques nétaient tout simplement pas faites pour moi. Alors je me suis demandé : que pourrais-tu faire ? J'ai toujours aimé écrire et, à l'époque, j'assimilais le travail du journaliste à l'écriture. J'étais naïf et peut-être même un peu superficiel, comme cela arrive aux étudiants de premier cycle légèrement confus. Mais j'ai eu de la chance : j'ai essayé d'entrer dans une école de journalisme et 20 ans plus tard, je suis toujours là.

Mastergame et Mastergame Play éclairent les manières infinies du monde du jeu vidéo : que cherchez-vous à transmettre aux téléspectateurs ? Quel message souhaitez-vous porter à travers les deux supports ?

Ce sont deux variantes d'une même idée, pour deux médias différents : raconter le monde du jeu vidéo à ceux qui ne le connaissent pas du tout, ne le connaissent pas à fond ou qui sont joueurs de jeux vidéo mais pas au point de suivre assidûment la presse spécialisée. Le message que j'essaie de transmettre depuis que j'ai commencé à écrire à propos des jeux vidéo en 1999 : c'est un monde aux multiples facettes, ce ne sont pas des "jeux" pour les enfants. C'est un phénomène de coutume mais aussi culturel, un moyen de divertissement qui, contrairement aux autres, a une particularité : l'interaction. L'émission veut précisément apporter au spectateur cette impression : celle d'un médium amusant, jeune et frais, adapté à tous les âges mais pas trivial.

Le retrogaming est un phénomène qui gagne toujours le cœur de millions de joueurs : quel a été votre jeu préféré ?

Une question à un million de dollars ! Il m'est difficile de parler de rétrogaming, car j'ai connu tous ces titres. C'est un sentiment étrange, surtout lorsque vous êtes confronté à des collègues plus jeunes : pour eux, c'est l'Histoire ou presque la légende qu'ils ont peut-être étudiée ou vue avec des vidéos sur le Web, pour moi, c'était une partie importante de ma vie. Quand j'étais enfant, j'adorais les jeux de rôle. Wizard's Crown, Questron, toute la série de Dragonlance et Pool of Radiance, Wasteland, Deathlord, mais surtout Ultima. Si je devais choisir un jeu qui a marqué ma vie, je choisirais Ultima IV.

Quel est le jeu, appartenant à la génération actuelle, qui vous a le plus impressionné émotionnellement parlant ?

Emotionnellement parlant, j'étais très mal dans Heavy Rain et au début de The Last of Us : le fait d'être père y est sûrement pour quelque chose. En matière de sensations fortes, Last Day of June et Resident Evil 7, récemment, m'ont beaucoup marqué.

Le secteur du jeu a été victime de préjugés, l'associant à une éventuelle source de dépendances ou même à des problèmes de comportement. Voulez-vous nous donner votre point de vue sur cette question ?

Mon point de vue est simple : il n'y a pas de bon ou de mauvais médium, avec tout le respect que je dois à McLuhan, ce sont des outils, des vecteurs de messages. Le problème est l'usage qui en est fait. J'ai personnellement éprouvé tous les préjugés sur les jeux vidéo : ils infantiliseraient, ils s'adresseraient à des losers, ils conduiraient à l'isolement, ils feraient mal aux yeux, ils inciteraient à la violence. Je les considère comme des accusations visant phénomène récent, comme cela s'est produit avec le cinéma, la musique, la bande dessinée, voire la littérature. Lorsque vous ne connaissez pas quelque chose, la première réaction est d'en avoir peur. Si vous remarquez, ces accusations ont toutes disparu avec le temps. À ma façon, j'ai écrit et combattu lorsque Manhunt 2 était au centre d'une polémique parlementaire pour sa violence ou que Bully a dû changer de nom pour Canis Canem Edit. J'ai défendu un principe sacro-saint : la liberté d'expression. Je dois admettre que parfois le monde des jeux vidéo a tendu des bâtons pour se faire battre, comme cela s'est produit pour Rule of Rose avec une mauvaise campagne médiatique montée et apparue précisément pour faire connaitre le jeu. Péché de jeunesse. Le problème de la dépendance, cependant, est différent. L'O.M.S. (Organisation Mondiale de la Santé, ndlr) a raison, il y a une façon «maladive» d'approcher les jeux vidéo, ainsi que de nombreuses autres formes de divertissements. Cette dépendance toxique doit être combattue et traitée exactement comme toutes les autres formes de toxicomanie, mais qu'il me soit permis de dire que cela ne dépend certainement pas des jeux vidéo eux-mêmes, mais au mieux de la faiblesse de certains sujets et peut-être aussi des familles qui ne les surveillent pas. Il est important que les parents comprennent et sachent à quoi jouent leurs enfants.

Avez-vous déjà pensé à contribuer au développement d'un jeu vidéo ? L'aimeriez-vous ?

Franchement, je n'y ai jamais pensé : je n'aurais pas les compétences techniques ni le savoir-faire. Je préfère en profiter "passivement".

Comment imaginez-vous votre avenir ? Les jeux vidéo et le journalisme en feront-ils toujours partie ?

Ils pourraient difficilement ne pas en faire partie ! En effet, grâce à Mastergame et Mastergame Play j'ai réussi à les faire coïncider parfaitement. J'espère que l'avenir réserve encore la possibilité de poursuivre ces projets et peut-être de les étendre davantage.

Quels réseaux sociaux utilisez-vous ?

J'ai des comptes Facebook, Instagram, Twitter et Linkedin. Je dois dire, cependant, que je ne suis vraiment actif que sur le premier.

Vous êtes père : quel titre de jeu vidéo recommanderiez-vous à votre enfant ?

Ma fille a 10 ans et pour le moment elle n'est pas une joueuse endurcie. Elle préfère Tik Tok ! Mais elle aime les jeux hit and run sur smartphones et tablettes. Mon conseil est simple : jouez avec ce que vous aimez. Et découvrir par vous-même fait partie du plaisir.

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© Stefania Netti – L'Ambidextre – 2020

Stefania Netti est une passionnée de jeux vidéo et d'écriture. Elle écrit des articles pour le site italien "VideogiochItalia" et est l'auteur du roman fantastique "Freyja". Elle travaille actuellement sur son deuxième livre "Soulcity".

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