Il Piccolo Re: storia di una stella circense

IL PICCOLO RE:

STORIA DI UNA STELLA CIRCENSE

Il piccolo Re è una graphic novel indirizzata a lettori di ogni età, in quanto affonda le sue radici in una realtà più vicina di quanto si possa immaginare. Pubblicato nel 2016 dalla casa editrice Tunué, per la collana Tipitondi, esso racconta le vicende della stella circense che ha conquistato il cuore di migliaia di persone: Giuseppe Bignoli, in arte Bagonghi.

Andrea Campanella si è occupato della sceneggiatura, mentre Sonia Aloi ha dato vita all’esperienza narrativa grazie ai suoi disegni.

Il fumetto si compone di 96 pagine, sulla cui copertina vige in splendido risalto il trionfo di una persona che, con grande tenacia, ha plasmato le sue difficoltà in un tesoro inestimabile, fonte della felicità e del sorriso di tante famiglie.

TRAMA E ANALISI

Galliate, 13 gennaio 1892: nella periferia di Novara, precisamente in Via Parini, nacque il quarto figlio di Giovanna Martelli e Carlo Bignoli. I primi vagiti, i primi sussulti, la gioia immensa e indescrivibile di poter sfiorare la dolce pelle dall’odore lattiginoso: il dolce viso di Giuseppe, il frutto di un amore puro, umile, in cui difficilmente non ci si potrebbe rispecchiare. Giuseppe era una dolce creatura dall’innocenza primordiale come chiunque altra, la cui statura -tuttavia- si era bloccata una volta raggiunti i 75 centimetri. Nessuna delle due famiglie aveva mai sperimentato casi di nanismo prima d’ora.

L’è distin” affermava Carlo -il padre- allargando le braccia.

La famiglia del piccolo Bignoli aveva plasmato la sua infanzia in un vortice colmo di amore e di supporto, trasformandosi talvolta in una protezione quasi deleteria. Giusipin era un bambino intelligente, appassionato di lettura, sogni e acrobazie; la sua condizione fisica gli faceva provare una sorta di senso di colpa, confessando al fratello Paolo di essere dispiaciuto per il dolore recato ai suoi genitori. Tale sofferenza potrebbe essere stata alimentata, semplicemente, dalle beffe dei suoi compagni di classe: il piccolo non aveva affatto nulla da invidiare agli altri, era una fonte inestimabile di energia, creatività e agilità. I genitori non ne dubitavano ma, in una generazione così particolare e ancora piena di tabù, il mondo circostante poteva rivelarsi una lama tagliente per il cuore di Bignoli.

Giusipin frequentava la scuola e, grazie al suo compagno di classe Pietro, divorava libri su libri da lui prestati. Una passione tuttavia cominciò a fare capolino, in modo timido e spensierato, per poi rivelarsi un’esigenza di vita: fare l’acrobata. La prima volta in cui mostrò le sue abilità ai genitori, come segno di ringraziamento, essi rischiarono un attacco di cuore: il piccolo adorava danzare e saltare sui tetti, osservato dalla protettiva signora Luna.

Giovanna, col suo istinto materno e la profonda empatia, capì immediatamente di trovarsi di fronte a uno spettacolo come atto di amore e gratitudine, incoraggiandolo e complimentandosi (seppur la paura in quel momento fosse decisamente tangibile). I genitori, così, scoprirono l’incredibile dono del figlio, ma la paura di vederlo soffrire era più forte di ogni altra cosa, cominciando a trasformare quella casa in una sorta di prigionia, seppur colma di amore. La conseguenza fu tra le più spiazzanti: Giuseppe decise di scappare di casa, andando alla ricerca dei propri sogni, oltrepassando e distruggendo le barriere di futile apparenza sociale; il suo nanismo non poteva rappresentare alcun ostacolo nella sua vita, in quanto i suoi sogni e il suo animo genuino brillavano di luce intensa. Tutto cominciò dal circo Pellegrini con cui partì, accolto dalle braccia quasi paterne del proprietario Aristodemo, insegnandogli le basi di un mestiere così affascinante e magico. La sua carriera si illuminò di colori sgargianti e spettacolari, esplorando il mondo e approdando in Francia dalle sorelle Rancy, coniando il suo nome d’arte Bagonghi. Il suo percorso circense giunse perfino a Berlino e in America, nei celebri Ringlin e Barnum & Bailey Circus, nel cui continente resterà fino al 1926. Il piccolo Bignoli riuscì a plasmare la sua passione in un dono prezioso, fonte di sorriso per le numerose famiglie che varcavano quel tendone, proiettandosi in una realtà onirica, meravigliosa, ipnotica. Le sue acrobazie, i suoi volteggi, l’amore e il legame simbiotico con i suoi cavalli, lo resero tra i circensi più famosi e stimati nella prima metà del ‘900. Egli, con leggiadria e finezza, ha dimostrato ai suoi compagni di classe che un handicap non avrebbe mai potuto limitare realmente la sua vera essenza: un essere umano, a tratti poetico e bizzarro, in grado di esprimere l’entità della sua anima ad ogni evoluzione. Il piccolo Re” è una storia per bambini e, allo stesso tempo, rappresenta il trionfo di chi ha conquistato i propri sogni, riscattandosi dalle difficoltà e i pregiudizi.

 

L’ASPETTO GENITORIALE E FRATERNO

 

Lo scenario si apre su una famiglia in procinto di dare il benvenuto a una nuova creatura. Non si conosceranno dettagli particolarmente evidenti sul passato della famiglia, sulle loro origini o abitudini: i disegni parleranno in modo implicito, lasciandoci percepire la semplicità e umiltà degli abitanti di Via Parini.

I due genitori, seppur non avessero mai immaginato una problematica simile, erano riusciti a trasmettere valori preziosi al piccolo Bignoli, il quale crebbe con amore, rispetto, educazione e -soprattutto- grande maturità. Sfogliando le pagine è possibile percepire il grande affetto materno, in un’espressione fortemente protettiva e devota: nonostante per il paese si vociferassero sentenze quasi giustificabili, mamma Giovanna era fortemente legata a Giusipin. Soffriva ad ogni lacrima del figlio, temeva che qualcuno potesse danneggiare quel diamante meravigliosamente brillante: sapeva quanto fosse speciale e riusciva ad analizzare le radici dei suoi comportamenti. Fu lei a cercare di convincere il marito affinché potessero portare il bambino al circo, realizzando un suo sogno e -sempre lei- capì il motivo dello spettacolo sui tetti. Giusipin non era folle, come sosteneva il padre, bensì si sentiva in colpa per la sua problematica e, temendo di recare sofferenza, voleva ringraziarli a modo suo. L’unico lato negativo era il tipo di approccio instaurato col piccolo: la madre avrebbe dovuto confrontarsi con lui per la sua età effettiva, esattamente come per gli altri figli. Le voci del paese erano alimentate dai suoi comportamenti, privi di cattiveria, ma decisamente controproducenti: nonostante Giuseppe avesse 13 anni, la madre continuava a portarlo sulle spalle, lasciando intuire di non voler accettare la sua condizione fisica. Non sappiamo se, evitando un comportamento simile e limitando le voci di paese, i compagni di classe conseguentemente lo avrebbero considerato in modo più rispettoso: analizzeremo questo aspetto nei prossimi paragrafi.

L’aspetto paterno, invece, è decisamente confusionario dal punto di vista psicologico. Egli nutriva sicuramente un profondo affetto nei confronti di suo figlio, ma ho potuto percepire una sorta di lotta interiore, una rassegnazione mista ad autoconvincimento. Egli aveva una profonda paura, riflessa nell’immaginare suo figlio come fenomeno da baraccone nel circo; scelse la sua vita impedendogli di sfogare la propria creatività: egli doveva trascorrere il suo futuro nei campi, circondato dall’amore della sua famiglia. L’ultimo è sicuramente un concetto positivo per il piccolo, ma al tempo stesso stretto come un paio di manette. Ciò che differenziava totalmente Carlo dalla moglie Giovanna era il modo di interpretare le cose e affrontarle: non riuscì minimamente a interpretare le intenzioni dello spettacolo ad essi dedicato, sgridandolo e mettendolo addirittura in punizione. Gli vietò, inizialmente, perfino di andare al circo: una delle attrazioni più incantevoli per un bambino. Si potrebbe pensare che il padre volesse in qualche modo proteggerlo ma, allo stesso tempo, nasconderlo. Possiamo sicuramente affermare che si trattasse di una generazione totalmente diversa da quella attuale, in cui la mentalità era completamente differente: i genitori erano decisamente più severi rispetto ad ora, aspetto di cui avremmo bisogno, se bilanciato in modo giusto. Ciò che traspare dalla narrazione fumettistica, tuttavia, è la figura di un padre severo, amorevole e protettivo, ma allo stesso tempo asfissiante e poco salutare. È come offrire un boccone avvelenato che, a lungo andare, diventa deleterio se non fatale. Giusipin probabilmente lo capì in modo estremamente precoce, decidendo di fuggire.

Un dettaglio particolarmente interessante è il modo in cui è stata gestita la storia: un salto temporale in cui il piccolo acrobata divenne gradualmente una stella circense, senza spiegare cosa successe in casa Bignoli dopo la sua fuga. Nella storia reale sappiamo che i genitori contattarono i carabinieri e che, addirittura, il padre lo andò a cercare in Francia, subendo le beffe dei suoi doganieri: “Ah, les italiens! Tous fou!”. Tutti pazzi.

Sappiamo anche che, realmente, Giusipin spediva una parte del suo stipendio per aiutare la famiglia: dettagli che in parte mancano nel fumetto, ma che avrebbero aiutato il lettore a porre sotto la giusta luce i genitori di Bagonghi, i quali dopo la sua fuga sembravano quasi scomparsi. Quest’ultimo elemento viene messo in risalto dall’incubo in cui egli si trovava nella cascina, abbandonata, cercando disperatamente la sua famiglia.

Quella di Sonia Aloi e Andrea Campanella è sicuramente una rivisitazione piacevole, fresca e unica, ma scoprire dettagli sulla storia reale di Bignoli e unirli in questo parallelismo è davvero intrigante. L’elemento principale su cui si sono voluti focalizzare i due autori è la determinazione alla realizzazione dei sogni, in cui nessun difetto può ostacolare l’ottenimento della felicità. La passione e la costanza prevalgono su qualsiasi cosa e, c’è da ammetterlo, il fumetto è riuscito a far trasparire questi valori alla perfezione.

Particolarmente ammirevole è il rapporto fraterno: i quattro fratelli sono uniti in modo commovente, supportandosi in modo genuino senza lasciar trapelare alcuna controversia. Dal fumetto potremmo dedurre che -tra i tre- Paolo aveva un legame decisamente più empatico con Giusipin e, nel corso della lettura, non saranno pochi i momenti in cui potremo notare la particolarità di questo rapporto.

Le lettere scritte dal giovane circense erano indirizzate proprio a lui, raccontandogli delle stupefacenti avventure e degli incontri con artisti di grande fama, come Picasso. Fu proprio Paolo a raggiungere suo fratello in America, per poi tornare insieme.

Un dettaglio estremamente importante è la profonda ammirazione che Bignoli nutriva per la sua famiglia: egli non li ha mai incolpati, non ha mai speso parole negative nei loro confronti, li ha sempre ringraziati, ammettendo tuttavia che il mondo Galliatese non facesse per lui.

 

UN ROSSO SGARGIANTE FRA TANTI GRIGI

 

La vita di Giusipin era un quadro dalle tonalità disparate, frizzanti e piene di vita, colmo di sfumature incomparabili: la tavolozza di colori, tuttavia, comprendeva anche una gamma di grigi a dir poco spiacevole.

L’ambiente scolastico non è mai stato semplice, ritrovandosi in una sorta di convivenza forzata e decisa da altre persone su cui -noi- non abbiamo diritto di replica. Capita di essere fortunati così come potremmo dover a che fare con gruppi di compagni a dir poco deleteri per il nostro equilibrio psichico. Il bullismo è una di quelle sfumature orribili che tutt’oggi permeano i banchi scolastici: senso di onnipotenza, bisogno di accettazione, nutrimento di pura aggressività; qualunque sia la motivazione, si tratta di un’incognita tenebrosa a cui bisognerebbe dare il giusto peso. L’ambiente scolastico, essendo vissuto in un periodo particolarmente delicato, plasma l’attitudine del bambino, il profondo e contorto rapporto con l’inconscio, il confronto col proprio Io. Potremmo immaginare un giardino segreto creato dalla fantasia del dolce Bignoli, in cui piano piano visualizzò una panchina, una fontana o un albero di ciliegio: improvvisamente i suoi compagni di classe, che giocavano a deriderlo per la sua condizione fisica, irruppero nel giardino distruggendolo, trasformando le velate tonalità verdastre in grigi cupi e malinconici. La vita di Giusipin sarebbe stata sicuramente diversa se non avesse incontrato Pietro, compagno di classe dall’animo nobile: egli rappresentava la luce in fondo al tunnel, il color cremisi brillante che trasmetteva tepore in un freddo labirinto grigio. Pietro apprezzava la compagnia del piccolo acrobata, non gli interessava la sua condizione fisica e, anzi, lo incoraggiava e supportava in ogni modo, a partire dagli innumerevoli romanzi prestati, le partite a pallone e le chiacchierate a cuore aperto. Pietro sapeva che la futura stella circense avesse un dono indescrivibile e, a detta sua, doveva assolutamente lottare per conseguire i suoi scopi: il primo passo era andare al circo di Aristodemo Pellegrini e godere delle esibizioni che tanto amava, motivo per cui gli porse la locandina dello spettacolo in programmazione.

Oltre ai tre fratelli Bignoli, Pietro è stato una delle figure più importanti per lo sviluppo caratteriale di Giuseppe; il compagno di classe lo ha spronato a lottare, facendogli capire che le beffe dei suoi coetanei non avessero alcun fondamento e, soprattutto, alcun valore. Egli aveva talento, aveva un dono e doveva assolutamente lottare per inseguirlo, come un diamante di cui prendersi cura e farlo brillare di luce propria. Fu proprio grazie alla lettura, tra l’altro, che il piccolo acrobata riuscì a trarre ispirazione per il suo futuro: “Ciuffettino fu l’ultimo libro letto prima della fuga e, a mio parere, assunse un ruolo estremamente rilevante.

Analizziamo insieme il motivo.

Giusipin iniziò a leggere “Ciuffettino” durante la sua punizione, poco dopo l’esibizione sui tetti di casa.

Egli, quella notte, sognò di viaggiare sul suo letto, i cui piedi si plasmavano in zampe da elefante; nel contesto onirico conversò con la luna, un parallelismo particolarmente evidente con la vita reale, se non premonitore: il bambino guardò in basso, scoprendo di planare sulla Francia, luogo in cui presto avrebbe cominciato davvero la sua brillante carriera.

Perché Ciuffettino assunse un ruolo particolarmente fondamentale?

Il protagonista era un ragazzo ribelle il quale, vivendo un contesto difficile a causa dell’autorità dei genitori, decise di fuggire di casa. Anch’egli sognava luoghi fantastici e spettacolari, motivo per cui Giusipin, probabilmente, sperimentò il viaggio onirico in Francia.

 

Non lo so, mi piacciono tanto gli animali esotici, quelli che sono nei libri di Salgari. Sogno di essere come Tremal-Naik che insieme a Kammauri salva la bella Ada!”

Conversazione tra Giuseppe Bignoli e la luna.

 

C’è un filo sottile ma tangibile che lega Giusipin a personaggi celebri come Pinocchio e Ciuffettino, dalle caratteristiche uniche e speciali, la cui vita non è mai stata perfetta ma degna di essere affrontata con entusiasmo e grinta.

Pietro ha inconsapevolmente unito i tasselli di cui l’acrobata aveva bisogno, motivo per cui rappresenta quel rosso sgargiante fra tanti grigi.

 

DISEGNI, DIALOGHI E…PURA REALTÀ

 

Il comparto narrativo viene plasmato attraverso uno stile fumettistico, con le sue vignette, i suoi disegni e i suoi dialoghi brevi ma taglienti. La sceneggiatura di Andrea Campanella si unisce al tocco artistico della disegnatrice Sonia Aloi, dando vita a una fusione piacevole e a dir poco scorrevole. Il protagonista, devo ammetterlo, ricorda proprio Bignoli: il suo sguardo dolce e vivace, il sorriso di un sognatore, le sopracciglia sottili e leggermente inarcate. Sonia Aloi è stata particolarmente brava a dare vita ai dialoghi con le sue illustrazioni, perfette per persone di qualsiasi età: grandi e piccoli potrebbero perfettamente rispecchiarsi nelle vignette, nella tristezza di Bignoli, nell’apprensione dei genitori o perfino nel profondo affetto del fratello Paolo. La rappresentazione delle ambientazioni è a dir poco magnetica, un bambino potrebbe immergersi facilmente nella magia dei colori, nell’espressione facciale dei personaggi e nei sentimenti che traspaiono pagina dopo pagina. La disegnatrice ha scelto di donare un volto perfino alla luna e, in fondo, chi di noi non ha mai alzato lo sguardo al cielo, cercando la sua luce rincuorante e le sue energie curative?

Ciò che più mi ha colpita, tuttavia, è stata la tecnica magistrale nel rappresentare il circo in tutte le sue sfumature, con i suoi volteggi, evoluzioni e la passerella di acrobati in un vortice artistico impressionante. La cura per i dettagli è evidente, a partire dai colori del tendone, la scia bianca che accompagna Bignoli ad ogni acrobazia come se fosse un incantesimo ipnotico, le tonalità delicate e vivaci ma –tuttavia- mai tediose.

Ad ogni dialogo mi fermavo quell’istante in più per scrutare attentamente ogni dettaglio illustrativo: la forma della casa in Via Parini, lo sguardo emblematico di papà Carlo, le braccia di mamma Giovanna strette in un viscerale abbraccio materno. Ogni dettaglio è stato rilevante e, onestamente, credo che Giusipin avrebbe letto il fumetto tutto d’un fiato, forse anche con un velo di commozione. La storia de “Il piccolo Re” è riuscita a farmi sentire vicina ad esso, facendomi capire quanto sia importante lottare per la propria passione, qualsiasi possa essere l’ostacolo.

Particolarmente interessanti sono stati i parallelismi con personaggi a dir poco celebri: lo scrittore Emilio Salgari da cui Giusipin traeva grande fonte di ispirazione; George Méliès, regista cinematografico; Pablo Picasso, indossando rigorosamente la coppola; Walt Whitman, padre della poesia americana.

Incontrare, tra una pagina e l’altra, personaggi così conosciuti e stimati è stato particolarmente emozionante, uno splendido omaggio al mondo cinematografico, artistico e letterario.

 

Io canto il corpo elettrico, le schiere di quelli che amo mi abbracciano e io li abbraccio. Non mi lasceranno sinché non andrò con loro, non risponderò loro e li purificherò, li caricherò in pieno con il carico dell’anima”

Citazione tratta da Walt Whitman nella più celebre raccolta di poesie “Foglie d’erba”.

 

CURIOSITÀ SULLA VITA REALE DI BAGONGHI E LA SUA MORTE

 

Chi è stato realmente Giuseppe Bignoli? Come si è sviluppata la sua carriera e, soprattutto, la sua vita personale?

Il fumetto è stato particolarmente accurato e realistico, tuttavia (per motivi perfettamente comprensibili) sarebbe stato complicato inserire ogni singolo dettaglio della sua vita, trattandosi inoltre di un fumetto indirizzato ai più piccoli. Il lato positivo degli autori è stato trasmettere una profonda curiosità nei confronti del circense, di cui non ero a conoscenza. Scoprire che Bignoli fosse un personaggio realmente esistito mi ha sorpresa piacevolmente e, grazie a questa recensione, posso raccontarvi alcuni dettagli approfonditi tramite le informazioni rilasciate da “La voce di Novara”.

Il comparto narrativo è stato particolarmente fedele alla storia reale del protagonista: ne approfitto, tuttavia, per condividere alcuni dettagli scoperti successivamente.

Bagonghi restò in America fino al 1926. Successivamente, in Australia, il giovane circense convolò a nozze con l’australiana Irene Thompson, anch’essa affetta da nanismo: la loro relazione non durò molto, pare ci fossero numerosi litigi (molto coloriti, tra l’altro), divorziando dopo appena un mese.

Il suo ritorno a Galliate fu particolarmente trionfante, ormai era conosciuto e stimato da tutti come se fosse un divo e, in effetti, lo era davvero. Fece ristrutturare la casa dei suoi genitori adattandola alle sue esigenze e, a tal proposito, la Fiat realizzò per lui una Balilla a sua misura. Adorava giocare a carte al caffè Lago Maggiore, assistere alle gare del suo amico pilota Achille Varzi e girare per Galliate su un cavallo bianco.

La sua vita sentimentale fu particolarmente travagliata, fino a trovare Teresa Ravetti, residente a Borgomanero, la quale divenne sua compagna di vita.

La vita di Bagonghi, purtroppo, durò 47 anni, interrompendosi nel 1939 in circostanze davvero dolorose e assurde.

Credo che, in qualche modo, “Il piccolo Re” abbia raccontato in modo implicito la sua morte, in un episodio verificatosi in prossimità del Ticino, con suo fratello Paolo. Le circostanze fumettistiche hanno plasmato in modo diverso l’avvenimento, segno di un incidente non rivelatosi fatale, proseguendo con la trama.

La storia reale, purtroppo, vide il circense alle prese con un sandolino difficile da manovrare e, perdendone il controllo, venne trascinato inesorabilmente dalla corrente. Numerose persone si mobilitarono, cercandolo in ogni dove: fu l’acqua del suo fiume adorato a restituire la salma alla sua amata famiglia.

Una vicenda decisamente triste e ingiusta, ma Giuseppe Bignoli fu in grado di conquistare il cuore di migliaia di persone. Tutt’ora lo stiamo ricordando, tutt’ora stiamo parlando di lui. Grazie al racconto di Andrea Campanella e Sonia Aloi, Giuseppe è ancora vivo, col suo animo fortemente creativo, istintivo e ricco di gioia.

 

 

IL CIRCO NELL’OCCHIO DEL CICLONE

 

Le esibizioni circensi hanno donato una gioia immensa a innumerevoli bambini, continuando a farlo con spettacoli sempre più innovativi e mozzafiato. Il primo circo nacque nel 18° secolo, in cui il principale fulcro attrattivo erano i cavalli. Il primo clown debuttò nel 1870, nel circo Astley, diventandone gradualmente il simbolo principale, grazie alla sua coinvolgente simpatia e creatività ipnotica. Questo fenomeno interattivo, all’interno del simbolico tendone, fece il giro del mondo diventando un must per numerose famiglie, i cui bambini -forse- ne uscivano cambiati, pregni di fantasia, magia, proprio come il piccolo Bignoli che parlava alla luna sperando di raggiungerla coi suoi salti.

Col trascorrere del tempo, tuttavia, il circo ha subito un lento declino, a causa delle numerose denunce di maltrattamento nei confronti degli animali, per non parlare della generazione in cui tablet e smartphone sembrano essere più intriganti di ogni altra cosa. Sfortunatamente alcune compagnie non sono state in grado di gestire i propri animali con cura, trattandoli come se fossero esclusivamente schiavi interattivi con cui guadagnare: il mondo circense non è uguale per tutti ed è giusto che queste persone paghino per noi, per gli animalisti e, soprattutto, per chi amava il circo e i suoi animali con ogni cellula del suo corpo. Le vere stelle circensi, come Bignoli, adoravano follemente le proprie creature, entrando in una sorta di simbiosi, un imprinting intenso e cicatrizzato nella propria anima. Il loro benessere psico-fisico era fondamentale, primario, indispensabile: non per l’esibizione in sé, ma perché erano compagni di vita, fratelli indissolubili i cui cuori si plasmavano in uno solo. Bastava guardarsi negli occhi per capire cosa fare, non per paura, non per obbedienza conseguente al terrorismo, ma per puro amore, l’amore che solo un vero circense può essere in grado di capire. Lo racconta Federico Fellini, spiegando quanto il circo fosse una vera casa, pregna di sensazioni indescrivibili miste a gioia, angoscia, tristezza, pura passione sfrenata con un pizzico di follia: varcare la soglia di quel tendone è come entrare nel portale di un altro mondo, un mondo magico in cui gli acrobati, i clown e i maghi vogliono solo strapparci un sorriso, tenderci la mano dolcemente e carezzarci il cuore, facendoci dimenticare almeno per un’ora i problemi esterni che ci attanagliano costantemente.

Quando si entra sotto quel tendone tutto il resto lo si lascia alle spalle, è come una porta dimensionale che ti catapulta in un sogno a occhi aperti fatto di felicità” afferma Livio Togni, avo del fondatore del circo Togni nel 1872. Egli conosce bene quella realtà, una realtà colma di sfumature, con i suoi grigi e i suoi colori sgargianti, le sue luci e le sue ombre: il circo vero, plasmato con pura passione e dedizione, non ha nulla a che vedere con i viscidi fenomeni di maltrattamento.

Basti pensare al celebre Cirque du Soleil che ha conservato la componente teatrale-acrobatica e continua a inchiodare lo sguardo degli spettatori, trasformando perfino gli adulti in bambini: in realtà ci sarà sempre un bambino dentro noi, dal lato dolce, tenero e speciale.

 

CONCLUSIONI

 

Il piccolo re è un fumetto che si legge tutto d’un fiato, pagina dopo pagina, viaggiando insieme a un protagonista che fin da piccolo ha le idee chiare e lotta per i propri sogni. È una storia fortemente educativa, che insegna a persone di ogni età quanto una condizione fisica non possa influire sulla nostra vera essenza.

“Prendi il dolore e fanne un’opera d’arte” scrissi in un mio romanzo. Bignoli ha trasformato la sua vita in un arcobaleno di colori meravigliosi, rappresentati egregiamente da Andrea Campanella e Sonia Aloi. Bagonghi vive tutt’ora, Bagonghi è riflesso negli occhi dolci dei suoi amati cavalli, Bagonghi… è la speranza di un futuro migliore.

 

VOTO 8

 

© Stefania Netti – L'Ambidextre – 2020

 

Stefania Netti è un’appassionata di videogiochi e scrittura. Ella è autrice del romanzo Fantasy “Freyja”.

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