The Eyes of the Machines: la recensione

Anno 4921, l’essere umano lotta contro ciò che di più pericoloso c’è nell’universo: se stesso.

Giuseppe Barbieri, classe 1995, plasma il suo primo romanzo in un clima post-apocalittico che, con mio grande piacere, affonda le proprie radici nel fulcro simbolico di NieR: Automata.

The Eyes of the Machines vuole risaltare, con le sue 548 pagine, un mondo di cui l’essere umano non è stato in grado di prendersi cura, distruggendolo con le proprie mani e lasciandolo in balia dell’oscurità e della distruzione. I sopravvissuti sono stati costretti a costruirsi una nuova vita, con molta fatica e incertezza, tra lande desertiche e asfissianti, passando a paesaggi governati finalmente dalla sua vera padrona: la natura. Permane tuttavia il fulcro di questo romanzo dalle sfumature cyber: la tecnologia e le macchine.

Prepariamoci a un viaggio profondo, pubblicato da Argento Vivo Edizioni, in cui non sarà affatto difficile rispecchiarsi.

La trama

Le persone sopravvissute tornano a vivere nei villaggi, cibandosi dopo enormi sacrifici e dovendosi accontentare di poco. Diverse sono le cariche attribuite: gli esploratori, costretti ad abbandonare momentaneamente il villaggio per cercare il fabbisogno quotidiano; i cacciatori, i medici e i guardiani. Saranno proprio gli esploratori a scoprire un luogo pregno di oscurità e mistero, rivelatosi poi fatale e dando inizio a una guerra piena di rabbia, vendetta e distruzione. L’uomo non aveva appreso dai suoi errori, bensì si nutriva di rabbia continuando a distruggere con avidità e impulsività ciò che aveva davanti. Teiuq, Simon, Fey e Alaska cercheranno di porre fine al sadico gioco di Zeph, un folle personaggio che trae dalle sofferenze altrui una sorta di gratificazione perversa. Le macchine assumeranno un ruolo fondamentale: molte di loro, dapprima rivelatesi vitali per la ricostruzione della vita umana, hanno cominciato a ribellarsi per motivi a noi ignoti, creando il caos e costituendo una vera minaccia.

Il vecchio mondo ha lasciato a disposizione strani congegni tecnologici che, sfortunatamente, non venivano sempre utilizzati in modo corretto e salutare. Se una parte del villaggio vorrà progredire, migliorare e lavorare su una sorta di redenzione, qualcun altro vorrà distruggere tutto.

Ciò che ho potuto immediatamente notare è la fluidità di linguaggio, ricco di descrizioni semplici ma estremamente dettagliate. Per quanto un mondo post-apocalittico possa essere abbastanza semplice da immaginare, Giuseppe è riuscito a donare un’identità ben precisa e unica all’ambiente e ai personaggi. Eviterò ogni tipo di spoiler, ma introdurvi in questo mondo così particolare è d’obbligo.

Fey sarà uno dei personaggi più emblematici, oltre a Zeph, antagonista che approfondiremo nei prossimi paragrafi. La ragazza viene introdotta fin da subito in modo criptico: è una figura solitaria, scostante e accecata dalla sofferenza. Non si conosce il motivo preciso, ma da subito scopriremo della perdita di una persona a lei cara. Dagli altri abitanti potrebbe essere vista come una persona semplicemente asociale, stramba e forse vanitosa. Giuseppe ha voluto metterci in guardia, trasmettendo un’empatia molto forte col personaggio che, a mio parere, merita di essere considerato protagonista a tutti gli effetti. Nel romanzo non sembra essere presente un vero personaggio principale, bensì un gruppo di ragazzi che vanno unendosi man mano, cercando disperatamente di fermare Zeph. Fey è glaciale, pungente ma piena di empatia e umanità, impegnandosi ad aiutare il prossimo, ma col profondo terrore di deludere qualcuno o vedere le persone soffrire a causa sua, elemento che la accomuna profondamente a un altro personaggio: Simon.

Il ragazzo somiglia anche ad Alaska, figura che non ha nulla a che fare col villaggio protagonista. I loro animi sono puri, genuini, seppur pregni di impulsività e sensi di colpa. Alaska, tuttavia, non conosce le macchine come Simon, infatti ha una visione parecchio critica su di esse, al punto da considerarle tutte un pericolo. Questa storia lo guiderà in un percorso formativo privo di generalizzazioni, in cui sarà fondamentale saper distinguere il bene dal male. Simon, invece, cercherà di redimersi dai suoi errori, per quanto possano essere definiti tali, vivendo momenti estremamente dolorosi e, a volte, quasi fatali. Lyuk, Dave, Teiuq e Nechima saranno altre figure interessanti, meno rilevanti rispetto ai personaggi precedentemente descritti ma decisamente importanti nel comparto narrativo.

Negli occhi di chi guarda

Esistono tre tipi di macchine: le negative, le positive e le neutrali.

Le positive possono essere riconosciute dalle iridi verdi e rappresentano un’importante risorsa per la ricostruzione del villaggio e il fabbisogno umano. Esse non costituiscono alcun pericolo, bensì si rivelano preziose. Esistono perfino macchine mediche, dotate di precise conoscenze in ambito medico, tecnologico e chirurgico. C’è una linea sottile ma evidente con il rapporto umano, senza cui le macchine, con i loro congegni e conoscenze, non sarebbero mai esistite. Esse conoscono i valori dell’educazione, mettendoli in pratica in modi talvolta buffi e dolci; esempio lampante è Lilium, una macchina che accoglie le persone porgendo loro un fiorellino.

Le negative, invece, rappresentano un grande pericolo e possono essere riconosciute dalle iridi di un rosso particolarmente brillante. Esse, oltre ad aggredire con totale violenza gli uomini, distruggono le altre macchine. Che si tratti di un problema tecnico o un ordine ben preciso impartito da qualcuno? In ogni caso, esse sconvolgeranno la storia e rischieranno di distruggere quel poco che l’uomo è riuscito a ricostruire. Le macchine neutrali, come le negative, vanno allontanate e trattate con cautela, ma non sarà facile riuscire a capirne la vera identità. Il colorito degli occhi varia dal rosso al verde: se la macchina avrà gli occhi verdi, i bordi oculari saranno rossi, seppur in una tonalità ridotta, in quanto non è prevalsa.

A mio parere, le neutrali sembrano macchine autonome in grado di formulare pensieri indipendenti, variandone la natura in base alla necessità.

Se un errore di sistema si rivelasse un cambiamento non ancora captato dagli umani? Se le macchine avessero cominciato a ribellarsi perché stanche degli abusi di menti contorte e distruttive?

I ragazzi del villaggio si trovano di fronte a nuove incognite di cui non conoscono i segreti e, probabilmente, sarà proprio la conoscenza a permettere una nuova vita. Troppi dubbi permeano il nuovo mondo, sorto dalle macerie misteriose di cui l’uomo non ha saputo prendersi cura. Questa ribellione improvvisa, seppur dovesse essere ordinata da qualcuno, ricorda molto Detroit: Become Human: gli androidi sono visti come futili oggetti da utilizzare e gettare al primo difetto, pur di soddisfare le richieste di un umano che non vuole sacrificarsi in alcun modo. Nel caso di The Eyes of the Machines la situazione è diversa, ma sono sicura che dietro le negative ci sia un problema ben più profondo, che spero sarà approfondito con un secondo volume.

Zeph: il solito personaggio cattivo o una figura più complessa?

 

L’antagonista principale, fulcro della negatività proiettatasi nel mondo cyber, sarà Zeph, uomo senza scrupoli, pronto a uccidere il prossimo con folle crudeltà. Durante il percorso narrativo avremo modo di conoscerlo meglio, seppur senza svelare dettagli particolarmente espliciti (Giuseppe confessa di voler scrivere un prequel incentrato su di lui). Sembrerà assurdo, ma credo sia uno dei personaggi meglio impostati e decisamente una delle figure più intriganti: dietro la sua rabbia si nasconde un incommensurabile dolore, di cui non scopriremo assolutamente nulla, salvo per alcuni indizi. Cosa spinge un uomo, dopo un’immensa sofferenza, a distruggere qualsiasi cosa gli capiti davanti? Zeph è una figura emblematica e controversa, ma bilanciata in alcuni momenti: egli riconosce gesti corretti e lo ammette, talvolta complimentandosi, seppur col suo aspetto sarcastico. L’odio profondo per la razza umana lo ha portato a non avere alcun tipo di fiducia in essa, come se quelle macerie rappresentassero una sorta di conseguenza meritata dopo atti orrendi e privi di solide basi.

Non è stato difficile rispecchiarmi nel suo punto di vista: l’uomo sa essere egocentrico, egoista oltre il limite della ragione e tremendamente materialista e incosciente. Egli non ama la natura, la sua vera madre, non la rispetta e la sfrutta come se fosse lei sua schiava: non è forse ciò che accade nella vita reale? Basti pensare alla situazione pandemica che stiamo vivendo; speravamo che l’umanità potesse migliorare, a livello empatico e comportamentale ma, soprattutto, a livello mentale: non è cambiato nulla, almeno per la maggior parte delle persone. Qualsiasi cosa possa accadere, l’uomo cade sempre nella stessa trappola e Zeph, esausto da questa cosa, ha deciso di prendere le redini in mano, nonostante i modi sbagliati. Il vecchio mondo è chiamato così a causa dei propri errori, e con essi si è eclissato; ciò non è servito a nulla, secondo lui, continuando a lasciare una scia di comportamenti sbagliati e deleteri. A questo punto, a cosa servono mezzi tecnologici, congegni di ultima generazione e dispositivi ignoti dalla grande potenza, se l’uomo non progredisce? I mezzi progrediscono, l’uomo no: è questa, forse, la vera crescita?

Zeph è sicuramente un uomo folle che porta sulle spalle errori madornali, ma credo sia uno dei personaggi più intensi e degni di questa storia.

NieR: Automata e lo sviluppo della trama, una linea sottile

 

A inizio lettura, lo ammetto, sono partita particolarmente prevenuta, dato che mi aspettavo una versione pressoché copiata del titolo Square Enix. Con mia grande sorpresa ho potuto constatare la presenza di alcune impronte particolarmente evidenti ma mai intaccanti: alcuni ambienti ricordano lo scenario verdeggiante del gioco, così come il villaggio delle macchine popolato dal nostro caro Pascal. I personaggi, in particolar modo Fey e Nechima, ricordano molto 2B e A2, ma hanno una propria identità ben definita che non ha nulla a che vedere con NieR: ogni elemento è frutto integrale della mente di Giuseppe. Il titolo in questione, avendolo giocato e amato, ha lasciato il segno nel mio cuore, rendendo la lettura maggiormente immersiva ed emozionante. Posso assicurare a chi non conosce il titolo videoludico, tuttavia, che l’esperienza sarà ugualmente meritevole di essere letta, dato che i due mondi si sfiorano ma non si uniscono mai in modo troppo evidente.

Con mio grande piacere posso affermare che, onestamente, 548 pagine sembreranno infinite ma, in realtà, sono ben strutturate e contestualizzate, al punto da rendere la lettura decisamente fluida e mai noiosa. Ogni personaggio ha rilevanza, così come le ambientazioni: Giuseppe è riuscito a intrecciare ogni singolo elemento in modo magistrale, nonostante si tratti della sua prima vera esperienza letteraria. Alcuni avvenimenti, forse, sono stati descritti e impostati in modo troppo veloce, in particolar modo dopo un’attesa abbastanza ansiogena, ma nulla che possa intaccare in modo negativo il romanzo.

Approfitto di questo paragrafo per rivolgermi ad Argento Vivo Edizioni ed esporre un lato particolarmente delicato che, anticipo, non vuole essere una critica ma un consiglio. Chi si affaccia per la prima volta nel mondo letterario, nonostante sia in grado di sviluppare perfettamente una trama e gestirne le diramazioni narrative, ha bisogno di un grande supporto di editing. Giuseppe è stato particolarmente attento ai dettagli, ma sono presenti molti errori la cui revisione sarebbe spettata all’editore: non si tratta di correzioni stilistiche che avrebbero richiesto un editor separato dalla casa editrice, bensì di forme grammaticali che potevano essere gestibili e che avrebbero contribuito alla fluidità di lettura. Per il resto, porgo un plauso alla casa editrice e a Giuseppe, che danno l’opportunità ai lettori di leggere contenuti nuovi e interessanti.

Considerazioni finali

 

Scrivere 548 pagine in modo così ben strutturato e contestualizzato, trattandosi di un’opera prima, è segno di grande talento e di una mente brillante che ha tanto da dare. La descrizione delle ambientazioni, l’intensità dei rapporti umani, la viscerale sofferenza di chi ha perso tutto e il profondo legame di rispetto, sono gli elementi maggiormente immersivi. È stata un’esperienza lunga, fatta con calma, godendomi ogni singolo aspetto senza andare di fretta: non vorremmo mica essere superficiali come i nostri predecessori?

Giuseppe Barbieri è una mente brillante, seppur si tratti di un profondo labirinto emotivo e complesso, ma è riuscito a fare della complessità un’opera semplice e fluida, adatta a chiunque e pregna di significati importanti per tutti noi. Spero di poter leggere un secondo volume al più presto e, nel frattempo, faccio i miei complimenti all’autore e gli auguro buona fortuna.

 

Autore: Giuseppe Barbieri

Collana: Fuoriclasse

Target: 14+

Genere: Fantascienza

ISBN978-8832106497

Anno pubblicazione: 2020

Edizione: 1a

Prezzo15,00

Pagine: 548

 

 

 

 

© Stefania Netti – L'Ambidextre – 2020

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Stefania Netti è un’appassionata di videogiochi e scrittura. Ella è autrice del romanzo Fantasy “Freyja”. Attualmente sta lavorando al suo secondo libro “Soulcity”.

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